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Interviste

Giornata Mondiale del Malato – Il racconto di Cristina Pollato

Oggi 11 Febbraio è la giornata mondiale del malato. E’ stato papa Giovanni Paolo II ad istituirla, nel 1992, a circa un anno dalla diagnosi della malattia che lo affliggeva: il morbo di Parkinson. Ha scelto il giorno della festa alla Vergine di Lourdes perchè, come è noto, molti pellegrini hanno raccontato di essere guariti grazie al suo intervento dopo averle fatto visita.

Vorrei raccontarvi la storia di Cristina Pollato. Aveva solo 36 anni quando il suo cuore si è fermato. Lentamente è tornata a vivere. Oggi è una data speciale per lei. Contro ogni pronostico medico, in questo stesso giorno di 4 anni fa, si è risvegliata dopo 5 giorni di coma. E’ rinata grazie all’aiuto della medicina, ma non solo. Infinita la lista di persone che l’hanno aiutata con un semplice sorriso o tenendole la mano nel lungo viaggio per tornare a stare bene. La sua forza di volontà è un esempio per chiunque la conosca. Questo il motivo per cui ho scelto di parlarvi di lei, perchè a volte la predisposizione fisica e mentale può fare la differenza. Una storia ricca di solidarietà e di amore.

D. Cristina, puoi raccontarci cosa è successo nel 2014?

Non ricordo nulla di quel giorno. Ti dirò di più, il mio ultimo flashback risale a tre giorni prima di quell’orrendo 6 Febbraio e poi buio totale. Fino al risveglio dal coma. Però posso raccontarti quello che mi hanno riportato. Ero andata in centro con i miei genitori e mio figlio Nicolò, che al tempo aveva meno di 1 anno, per delle commissioni. Ho parcheggiato al centro commerciale Le Torri, al piano rialzato. Scesa dalla macchina, ho caricato Nicolò nel passeggino e, mentre entravo al centro commerciale, mi sono accasciata tra le due porte d’entrata. Ero ancora attaccata alla carrozzina di mio figlio.

I miei, realizzato che era successo qualcosa di brutto, hanno cominciato a chiedere aiuto e, per mia fortuna, c’era una volante della polizia. Due agenti mi hanno soccorso prontamente. Stefano e Salvatore sono i nomi dei miei angeli. Per 40 minuti mi hanno fatto il massaggio cardiaco e la respirazione senza mai fermarsi. Poi è arrivata l’ambulanza e il medico. Questo voleva dichiarare il mio decesso, ma loro sono subito intervenuti dicendogli di provare a rianimarmi con il defibrillatore. Alla quinta scarica e trattata con adrenalina, il battito è tornato. Così è incominciato il mio percorso, la mia battaglia più grande: dalla rianimazione, all’utic, poi il reparto e poi finalmente a casa.

Prendersi cura del proprio corpo

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D. Sei una sportiva maniacale da sempre. Quanto importante è per te fare attività?

È importantissima. Ho dovuto lottare fisicamente per tornare alla vita. La mia struttura, abituata allo sforzo da anni di allenamento, mi ha decisamente aiutato. Prendersi sempre cura di se stessi. Non solo, l’impostazione mentale che una disciplina regala mi ha aiutato nello stesso identico modo: lavorare per raggiungere il traguardo prefisso. La strada è stata lunga e dolorosa. Ho dovuto ricominciare da zero perché non camminavo più. Ho lentamente imparato di nuovo a farlo. Non avevo il senso dell’equilibrio, completamente assente. 

È stata tosta anche la parte riguardante la burocrazia per fare attività. Sono tornata a praticare sport a livello amatoriale da qualche tempo, ma non è stato facile riuscire ad avere l’idoneità. Non è una responsabilità che un medico può prendere a cuor leggero. All’inizio qualsiasi tipo di esercizio era rischioso. Persino una banale passeggiata a volte si trasformava in sforzo eccessivo e scompenso cardiaco, ma per fortuna ho dimostrato a me stessa che tutto è possibile .

D. Sei tornata a praticare qualche disciplina in particolare?

Attualmente faccio parte dell’Elite Rovigo, squadra amatoriale mista di softball. Una seconda famiglia da sempre. Ero una ragazzina quando ho cominciato a giocare. Una passione che mi ha scolpito anche caratterialmente. È una disciplina in cui bisogna usare molto la testa oltre che la forza.

Il risveglio dal coma

D. Con il senno del poi, ritieni di aver sottovalutato qualche segnale?

Beh, difficile da dirsi. I segnali potevano essere tutti e nessuno. Il mio è stato un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, essendo atleta fin da piccolissima e quindi sempre super controllata, ero convinta che questo genere di cose non potesse toccare proprio me. Ho capito a mie spese che invece tutto può succedere e a chiunque. Direi che sicuramente hanno inciso una concomitanza di più fattori scatenanti: stress, stanchezza psicologica e fisica, non aver colto alcune sfumature e alcuni campanellini. Calcola che io ancora allattavo il mio figlio più piccolo. Sono mamma di due splendidi ragazzini ormai. Il tempo passa per fortuna. 

D. Quali sono i primi ricordi di quando ti sei svegliata?

Appena mi sono svegliata, ero molto confusa. Mi hanno raccontato che piangevo, non sapevo dove mi trovavo, con un tubo in gola e non riuscivo a muovermi. Dire che ero spaventata è un eufemismo. Indubbiamente ho pensato subito ai miei bambini, a mio marito e alla mia famiglia. Ma ripeto, tutto risultava anormale. Il tempo stesso passava in maniera strana. Non so’ come spiegarmi.

In quel momento, anche i miei ricordi del passato risultavano molto confusi e spesso non erano nel giusto ordine cronologico o temporale. Un po’ come se fossi rimasta ferma ad almeno quattro mesi prima del mio malore. Per farti capire, come se i miei ricordi fossero stati messi in una sfera come quelle dell’estrazione. Riemergevano in me in ordine casuale, come se fossero stati mescolati in quel modo. Solo il passare del tempo mi ha aiutata a recuperare un po’ di vuoti colmando qualche buco, ma ho dimenticato tante cose. Tutt’ora non rammento tutto del passato.

Ritorno in società

D. In reparto ti chiamavano “la miracolata”. Tu credi nei miracoli o pensi che il lavoro che per anni hai fatto sul tuo corpo abbia contribuito ad aiutarti a trovare la forza per restare in vita?

Penso di essere stato un vero e proprio miracolo. Ancora oggi mi ritengo fortunatissima. Mi chiedo ogni giorno come mai io lo sia stata e ringrazio per esserci ancora. Forse mi ha aiutato anche il fatto di aver sempre condotto una vita sana. Chissà’. In ogni caso, la forza di aggrapparti alla vita la trovi quando tocchi il fondo. Sembra banale, ma a quel punto non ti resta che risalire. Le mie motivazioni erano tantissime: Gaia e Nicolò in primis. Non ho mai avuto un solo momento di sconforto. Il mio unico obbiettivo era guarire. Lo dovevo a loro, a me stessa e a tutta la gente che mi era accanto e che mi aveva dimostrato amore.

D. Come è stato il post ospedale per te e la tua famiglia?

Lungo e infinitamente lento, sempre in salita. Credo che sia stato più traumatico  per quelli che ruotavano attorno a me. Hanno vissuto ogni giorno con l’angoscia e la paura. Poi mille cose da fare. Soprattutto il dopo impianto del defibrillatore. E’ stato impegnativo sia a livello fisico che mentale. Ammetto che gli ostacoli sono stati numerosi e tuttora ne pago le conseguenze. Cerco di vedere il lato positivo sempre e di andare avanti risolvendo i problemi un po’ alla volta.

Trovo l’impulso anche grazie all’amore che ho ricevuto, perché è stato tantissimo. Oltre alla mia famiglia, sono stati al mio fianco, giorno dopo giorno, aspettando ogni mio miglioramento, una quantità infinita di persone. Gli stessi poliziotti che mi avevano rianimato passavano in ospedale per avere mie notizie.

La vita scorre

D. Come procede la tua vita oggi?

Cerco di condurre una vita “normale”, nei limiti del possibile. Purtroppo le restrizioni e le conseguenze sono tante, tipo i danni permanenti alla tiroide, che implicano parecchi problemi fisici, o il defibrillatore, che non mi permette di vivere completamente tranquilla perché si ha sempre la paura che intervenga. Oramai, dopo 4 anni, fa parte di me e ci convivo un po’ più serenamente ma qualche timore o blocco mentale resta sempre. Anche le persone a me più vicine ne risentono, purtroppo. È cambiata non solo la mia vita, ma anche la loro. Come già detto, cerchiamo di superare assieme ogni momento di difficoltà. Per darci sostegno ed energia. Oggi sono molto felice e grata perché posso raccontare ciò che mi è accaduto.

Foto Baseball Softball Club Rovigo

Sibilla Zambon

Autore: Sibilla Zambon

Rodigina, ingegnere informatico, appassionata di viaggi e tecnologia, mamma sprint e cuoca per diletto!

Giornata Mondiale del Malato – Il racconto di Cristina Pollato ultima modifica: 2018-02-11T10:47:45+00:00 da Sibilla Zambon

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