lala lubelska
Interviste

Lala Lubelska – Il ricordo e la memoria, da Mauthausen ad Auschwitz

22 Gennaio 2018, ore 09:53.

Giungo a destinazione, parcheggio l’auto e mi dirigo verso quella casa. Fuori, Giorgio Cicogna mi aspetta già. Arrivo carica di energia positiva, pronta ad ascoltare. Vorrei entrare nel suo mondo, vorrei conoscere, vorrei capire e soprattutto vorrei raccontarvi. Ho bisogno di rispondere a questa domanda che mi assilla da un paio di giorni: “Siamo davvero sicuri che sia utile ricordare?”.

Spero di essermi mossa in punta di piedi nella sua vita, senza fare danni con le mie domande. Lui invece nella mia è entrato come un treno ad alta velocità, in modo diretto, rapido e doloroso. Era l’unico modo possibile. Troppe le cose di cui parlare e poco il tempo a disposizione. Esco da casa sua alle 11:27.

Mi sento senza energia, esausta, svuotata. In realtà la mia anima ne esce vittoriosa e arricchita. Ho capito. Bisogna ricordare perché dobbiamo rispetto a tutte quelle persone che hanno subito ogni genere di sottrazione. Privati di sentimenti, privati di dignità, privati di speranza.

Ricordare perché non è stato frutto della loro fantasia. Perché non ha coinvolto solo le loro vite. Ha devastato il futuro di tutti i loro discendenti. Sono cicatrici che, anche se i figli dei loro figli non portano direttamente sulla loro pelle, portano sul loro cuore. Dobbiamo ricordare. Forse, così facendo, è possibile costruire un mondo meno spregevole.

Lala Lubelska era una ebrea polacca.

Viveva a Lodz, città industriale ad un centinaio di chilometri a sud di Varsavia, e la sua era una famiglia benestante. Sembrava destinata ad un’infanzia felice, come dovrebbe essere quella di ogni bambino. Era l’ultima del suo nucleo familiare. Ma un giorno, un orrendo giorno del Settembre del ‘39, Lala Lubelska e i suoi parenti furono costretti a trasferirsi al ghetto.

Lala Lubelska

D. Giorgio Cicogna, cosa le ha raccontato sua madre di quel periodo?

Mamma non ha vissuto i sentori del nazismo, se non come una bimba. Aveva 4 o 5 anni, per cui era allegra e coccolata. Con l’approssimarsi del nazismo, infatti, ha avuto la copertura totale di sua mamma e suo papà. Le cose “cattive” che stavano arrivando, in casa le venivano celate. 

Dopo questa fase di famiglia felice, arriva il ghetto. Un grande reticolato, una grande strada nel mezzo, che separava in due parti la città. E qui iniziano le sue prime domande: “Perché non posso più andare a scuola? Perchè non posso più andare al cinema? Perché il mangiare viene razionato?Perchè non posso più andare a salutare i miei amici? Perchè cominciano a correre? E se corre una persona, perché tutti iniziano a correre?”.

Le prime sofferenze, i primi cadaveri per strada, la psicosi di essere catturati o uccisi. Ha vissuto per anni nel ghetto. Poi è stata prelevata con tutta la famiglia da quella che non era più la sua casa. Ormai vivevano in una grande camera con due stanze. Sono stati caricati in un carro bestiame, parte della famiglia, e in un camion, l’altra. Il luogo di destinazione era a loro sconosciuto. In realtà diretti in un campo di sterminio. Una bugia che veniva raccontata dai nazisti era che sarebbero andati a vivere meglio. In effetti, il signor Hitler non voleva inizialmente ammazzare gli ebrei, ma mandarli in Madagascar. Poi ci sono stati tutta una serie di impedimenti, per cui hanno dovuto provvedere in altra maniera. 

A Mauthausen la sua prima tragedia. Sua mamma, cioè mia nonna,  venne caricata su un camion per essere trasportata a Chelmno a nord della Polonia, uno dei primi campi attrezzati per la gasatura, morte attraverso la camera a gas. Mamma si aggrappò al camion. I nazisti non si preoccuparono. Fu buttata giù dagli altri ebrei. La prima chance di mia madre di vivere o morire. Ovviamente lo comprese a posteriori.

I campi di concentramento

La vita nel campo era fatta di botte, lavori faticosi che procuravano mani sanguinanti. Mamma lavorava in selleria. Ogni tanto, ad Auschwitz, dei gemelli venivano portati al cospetto del dottor Mengele, che faceva esperimenti soprattutto su di loro. Mamma e le sorelle gemelle erano bionde con gli occhi azzurri. Quando le vide Mengele, le mandò via perché non rappresentavano il prototipo dell’ebreo su cui voleva lavorare. La loro salvezza.

Un ricordo di mamma, che non so se avesse vissuto in prima persona, era quello che veniva iniettato un liquido negli occhi dei bimbi perché dovevano essere chiari. Alcuni di questi ragazzi, all’avvicinarsi della fine della guerra, sono stati impiccati. Avevano subito troppe sevizie, non potevano raccontarle.

Tutte le mattine si passava in rassegna davanti ad un ufficiale che decideva vita o morte. La sua seconda chance è stata a questo punto. Nel momento in cui doveva passare, una soldatessa l’ha interrotto ed è riuscita ad andare oltre.

Ormai distrutta ed esausta, senza alcuna speranza, mamma si accasciò al suolo. Era già pronto a spararle chi di dovere. È stata rialzata dalle sorelle. Questa la sua terza chance. Le sorelle erano più forti, perché facevano un lavoro meno pesante.

Mamma faceva 10 km al giorno per andare al lavoro e tornare al campo. D’inverno, con i morti per terra, con un paio di ciabattine. Rubò le scarpe ad un cadavere, lo spogliò per vestirsi, non ci faceva più caso. Era refrattaria ad ogni forma di dolore. Le sorelle invece facevano da custodi ai bambini ebrei. Meno faticoso.

Mauthausen ed Auschwitz

I genitori di Lala lubelska

D. Cosa ricordava sua madre con più dolore di quell’incubo che nessuno vorrebbe mai vivere?

A Mauthausen la prima divisone fu uomini e donne. Quindi si allontanarono il padre e le figlie. Ma si rigirarono a guardarsi nello stesso istante per l’ultima volta. Mamma si ricorda il suo ultimo saluto. Lui disse loro con il sorriso: “Voi vi salverete”. Era consapevole che era un uomo anziano e che non poteva produrre lavoro. Un gesto di speranza che mamma ricordava con dolore. Il libro che racconta la storia di mamma si intitola “Il viaggio verso il nulla – Voi vi salverete!” proprio per rendere omaggio a mio nonno, Leon Lubelski.

Comunque, quando si stavano appropinquando russi da una parte e alleati dall’altra, la fine della guerra si avvicinava. I nazisti dovevano eliminare le prove. Si intensificó il lavoro delle camere a gas. Qui le ragazze presero il treno piombato per Auschwitz. Un viaggio che durò sedici giorni. Perché c’erano i bombardamenti degli alleati. La notte si fermavano. Avevano timore che colpissero il treno, però li portavano a morire.

Flossemburg

Un’appendice di Mauthausen è stata Freiberg, piccolo campo di lavoro. Nella melma del campo incontrò papà. Lui era sergente a Spilimbergo. L’8 Settembre 1943,  Mussolini stava cadendo e decisero di formare la Repubblica di Saló. Obbligarono i soldati ad accettare questa Repubblica. 8 soldati che si trovavano a Spilimbergo, fuggirono. Tra questi mio padre, che fu ripreso e portato a Flossemburg. A Nord di Mauthausen, in un campo di lavoro in cui erano adibiti a lavori vari.

Tutti i giorni venivano rifocillati da ragazze ebree. Si incontrano così, perché Freiberg era vicino a Flossemburg. Si innamorano nel disastro totale. In questa situazione sbucò un fiorellino.

Mamma ricordava che le ragazze venivano aiutate dagli italiani. Loro ricevevano il pacco da casa, che poteva contenere anche medicine. Papà infatti se le fece mandare e le consegnò a mamma che era malata. Il primo bacio se lo scambiarono dentro un armadio circondato dalle ragazze che controllavano non arrivasse nessuno.

Un fatto curioso che è capitato a mio figlio durante un viaggio in Israele, è stato: conoscere una di quelle ragazze.

Ritrovarsi

D. Siete mai tornati in quei luoghi così devastanti?

Mamma è tornata ad Auschwitz e a Lodz una volta.

Faceva da traduttrice quando si organizzavano “gite” in quei luoghi. Entrando si metteva una corazza. Non ha provato sensazioni ritornando. Sapeva che rientrando avrebbe sofferto, anche se lei stessa non riconosceva quei luoghi. A Lodz ha ritrovato il suo vecchio quartiere e la sua vecchia casa. Si è commossa ma avrebbe voluto commuoversi di più. Però è riuscita a provare delle sensazioni.

Io non sono mai andato. Non ho voglia di andare. In Israele molte volte. Non ho voglia di soffrire. Pensi che mi sono recentemente commosso riascoltando la base musicale di una canzoncina che cantavo a cinque anni in Israele.

D. In tutto quel dolore, qualcosa di straordinario è comunque accaduto dunque. A volte la vita restituisce una parte di ciò che ha tolto. Cosa accadde ai suoi genitori una volta liberi?

Un colpo di fortuna. Intanto mamma fu liberata dagli Americani e non dai Russi. Andò nei campi di raccolta e poi portata a Salisburgo. A questo punto gli ebrei che volevano tornare in Palestina, furono direzionati verso La Spezia. Arrivata a Modena, non sappiamo il motivo, finì a Mogliano Veneto.

Qui tre ufficiali inglesi polacchi si avvicinarono per chiedere se c’erano ragazze polacche. Uno chiese se erano di Lodz e se conoscevano Lubelski. Loro dissero di essere le figlie. Per cui la casualità ha voluto darle una mano.

La forza del fato

Mia mamma e mio papà non si erano più visti dopo il bombardamento a Dresda. Gli italiani infatti furono mandati a liberarla dalle macerie. Ma mamma teneva una foto e l’indirizzo di mio papà sotto la lingua. Perse l’indirizzo ma ricordava il nome: Giancarlo Cicogna di Venezia.

Attraverso questo ufficiale andarono prima a Treviso e poi a Venezia. Le presentarono la redazione di un giornale a Venezia. Non riuscirono a rintracciarlo, ma scrissero che mia mamma cercava quell’uomo sulla Gazzetta del Popolo, che ancora conservo.

Non tutti leggevano il giornale. Papà lo seppe per caso. Andò in ospedale a trovare una vecchia amica. Quando la incontrò, questa subito gli disse di essere cercato. Iniziò un’altra odissea. Si fece prestare la moto da un amico per andare a La  Spezia. Quando finalmente la trovò, loro tornarono a Badia assieme e le sorelle di mamma si imbarcarono per la Palestina.

Il dopoguerra

D. Quando finì davvero l’incubo per sua madre, per la vostra famiglia?

Non c’è un momento. È continuato anche dopo che lei ha sposato papà. Mamma si è convertita al Cattolicesimo. Una suora l’ha aiutata a Badia. E anche la madre di mio papà e altre amicizie. Aveva trovato persone buone dopo tanto orrore. Penso fosse questo il motivo del suo cambiare fede.

La mamma, però, quando è morta non ha voluto l’estrema unzione. Le è stata offerta per tre volte, poi è intervenuto mio figlio che ha chiesto di lasciar perdere perché era ebrea. Mi piace dire che mamma è nata ebrea, è diventata cattolica ed è morta ebrea.

Il trauma che ha vissuto, l’ha portata ad avere uno strano rapporto con il cibo, per non parlare della reazione con cani pastori tedeschi e dobermann, o del fatto che se vedeva un filo spinato si ritraeva. In Israele sono stato invitato a casa di un signore. Casa bellissima. Lui si metteva in un anfratto tra muro e armadio e mangiava un pezzo di pane seduto a terra in trans. Mamma aveva questo tipo di ossessioni: cibo, cani, divise, filo spinato.

Il giorno della memoria le arrivava sistematicamente una lettera anonima scritta con etichettatrice. C’era un inneggiare al nazismo. L’ultima lettera l’ho ricevuta io dopo la sua morte. Mi sono “incazzato”. C’erano fogli con svastiche e Hitler. Poi, in una pagina, il volto di mia mamma estrapolato da un giornale con il cappio al collo. Sotto c’era scritto: “Perché è bello ricordare”. 

Lala Lubelska

La fede

D. Lei crede in Dio? Perchè guardandola negli occhi si capisce chiaramente che è combattuto, che il suo cuore è diviso.

Sono battezzato, sono cattolico.  Sì, credo in Dio. Mi faccio domande a cui non riesco a dare molte risposte. Dovrei avere il rabbino e dovrei avere il sacerdote. Per la religione cattolica si patrizza, e per quella ebraica si matrizza. Sono al 50 e 50.

D. Lei è arrabbiato? Arrabbiato con Dio intendo. Entrambi credo. Il Dio cattolico le ha fatto qualcosa di grave e il Dio ebraico non ha aiutato.

Sì. Forse sono combattuto perché sono fagocitato dalla vita di mia mamma e dei miei nonni. Sono state sterminate famiglie intere. Sono arrabbiato con il Dio cattolico, perché mia mamma ha cercato di essere una buona cristiana.

Un giorno è andata a messa e il parroco, durante l’omelia, ha detto che Iddio aveva punito gli ebrei. Mia mamma allora si è alzata e ha urlato: “Mi avete appena insegnato che Iddio è finita bontà, perché Dio ha punito gli ebrei”. Ha salutato e non è più entrata in Chiesa. Non le dico le innumerevoli volte in cui ho sentito usare la parola ebreo come offesa.

Io sono orgoglioso delle mie origini. Si pensi che mia nonna si chiamava Grin, bielorussa. Dovrebbe essere la cugina di David Grin, ossia David Ben Gurion, padre della patria israeliana e primo a ricoprire la carica di Primo ministro.

Uguaglianze

Sorge in me un nuovo punto di vista. Siamo tutti figli di uno stesso Dio. Come ogni genitore, questo non si comporta nello stesso modo con i suoi figli. Tutti gli adulti lo sanno. I nostri figli sono diversi, anche se nati dalla stessa madre e padre. Dobbiamo rapportarci a loro in modo differente, rispettando i loro pensieri e i loro tempi. Ciò non significa ci siano figli di serie A e figli di serie B.

E se Dio, un unico Dio, si fosse rivelato agli uomini in modo insolito, proprio per rispetto alle nostre caratteristiche peculiari, per arrivare allo stesso scopo? Usando semplicemente un percorso alternativo? Ragionamenti che applico per ogni disuguaglianza che ci distingue gli uni dagli altri: sesso, lingua, cultura, nazione, gusti sessuali (eterosessuali, bisessuali, omosessuali, asessuali), pensiero politico…

Stessi figli di un unico Padre, che ci ama tutti indistintamente. Impariamo noi ora ad amare lui, anche senza comprendere il suo disegno. Tutti i figli spesso sono in disaccordo con i genitori. Poi, un volta adulti, capiscono gli insegnamenti, i gesti e i divieti che sembravano follie e si ritrovano a capire. Se questo mio pensiero è giusto, arriverà il giorno in cui capirò. Devo solo aspettare.

Grazie Lala. Grazie Giorgio.

Sibilla Zambon

Autore: Sibilla Zambon

Rodigina, ingegnere informatico, appassionata di viaggi e tecnologia, mamma sprint e cuoca per diletto!

Lala Lubelska – Il ricordo e la memoria, da Mauthausen ad Auschwitz ultima modifica: 2018-01-27T09:50:13+00:00 da Sibilla Zambon

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