Mostra del cinema
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Cinema. Storie, protagonisti, paesaggi – Il Polesine e il Delta del Po

Dal 23 Marzo al primo Luglio Palazzo Roverella apre le porta ad una mostra dove il protagonista è il  cinema, ed il Polesine in particolare. Coi suoi paesaggi ed il suo Delta. Si calcolano oltre 500 tra film, documentari e fiction girate in questi paesaggi dai più grandi nomi della regia italiana e mondiale. Lattuada, Rossellini, Olmi, Mazzacurati, Avati. Giusto per citarne alcuni. Noi abbiamo pensato di contattare Ferdinando De Laurentis, regista polesano e già collaboratore di Alberto Barbera, insieme a Silvia Nonnato e Paolo Micalizzi. Nelle nostra intervista, nelle settimane passate, avevamo già sottolineato la profonda conoscenza di Ferdinando per il territorio. Quella per il cinema è altrettanto vasta e ricca di pathos.

Il regista de “La madre distratta” mi ha risposto subito. Con grande entusiasmo mi ha inviato uno scritto che, leggendo, mi è parso contenere tutti i motivi per cui vale la pena vedere la mostra. Ve lo ripropongo, tagliato di qualche parte per motivi editoriali ma con (spero) tutto lo spirito e l’amore di cui è permeato. Visitando la mostra, si può anche assistere ad un suo corto di 21 minuti, Luci sul Polesine : L’alluvione del 1951. Realizzato appositamente per la mostra con immagini originali dell’Istituto Luce. Io pubblicamente ringrazio Ferdinando per il suo preziosissimo contributo.

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Mostra del cinema : L’acqua

Il Polesine, monotono e nebbioso, dominato dall’acqua e dalle valli, è lo scenario ideale non solo per narrare vicende, talora dai contorni oscuri, che hanno per oggetto la vita isolata, faticosa, triste, dominata da una natura minacciosa, ma anche per mettere in risalto i sentimenti delle persone semplici. Il Polesine è una terra singolare in cui la voglia di futuro s’intreccia con la nostalgia del passato. Nella provincia l’affresco è più vivo e più vero.

Il cinema italiano ha percorso argini, ha attraversato piazze, ha curiosato dentro i casoni di paglia e di pietra. In mezzo alle valli, dentro alle osterie polesane, sulle imbarcazioni, tra le stradine dei paesi, per terra, per fiume, per mare. Ha osservato la quotidianità del vivere a partire dalla fine del 1942 con Visconti ed Antonioni fino ad oggi, in un periodo in cui tutto si è trasformato. I paesi, le condizioni della gente, la tecnologia, la vita.

La riscoperta della provincia, delle origini, della memoria come luogo in cui s’intrecciano vecchie ideologie e nuove aspettative. E’ una caratteristica peculiare del neorealismo che da volto e voce a personaggi a lungo rimasti nell’ombra. Fa in modo che i loro gesti, i loro sogni, le loro vicende diventino specchio di una condizione collettiva. Sul rapporto tra uomo e paesaggio si è giocata la concretezza del cinema italiano del dopoguerra. Del cinema “antropomorfico” contrassegnato, come sostiene Luchino Visconti, “dall’impegno di raccontare storie di uomini vivi nelle cose, non le cose per sé stesse”. Non sono tanti i registi che hanno pensato alla scoperta umana e spirituale dei polesani, forse per il fatto di doversi muovere metaforicamente vicino a un “padre incombente”, il Po, che ha sempre suscitato un timore reverenziale. Non foss’altro perché lungo le sue sponde sono state ambientate storie di grande spessore.

La piccola Mesopotamia

Il Polesine è stato definito “una piccola Mesopotamia” a causa della sua forma geografica. Una esigua striscia di terreno fertile e pianeggiante stretta tra due grandi fiumi, i più grandi d’Italia. È una striscia, larga diciassette o diciotto chilometri e lunga più di cento, che si protrae verso il mare. Nei film, spesso, il Polesine è attraversato verticalmente (ed è quindi inteso come passaggio obbligato e riconoscibile spesso da nord a sud, come in “Tutti a casa” o nel più recente “L’estate di Bobby Charlton”). Oppure orizzontalmente (quando è l’ambiente principale di un viaggio, come in “Gente del Po” o ne “Il grido”, più o meno da Occhiobello al mare).

Territorio dunque tutto di pianura. Una pianura straordinariamente bassa, che in buona parte supera di poco il livello del mare: questa è stata, storicamente, la tragedia del paese, perché l’acqua facilmente l’ha invaso. Una tragedia, anch’essa, il più delle volte raccontata dal cinema.

In Polesine esiste una parola magica: l’acqua. È immancabile. È cosa rara che in un film ambientato in Polesine non compaiano l’acqua o un argine: si ricordano soltanto “Cornetti alla crema” di Sergio Martino, dove l’ambientazione è il centro storico di Rovigo, e “Notte senza fine” di Elisabetta Sgarbi, ambientato nella palladiana villa Badoera a Fratta Polesine. In provincia di Rovigo l’acqua può tutto: rendere fertile il suolo o distruggerlo irridendo alla dura fatica dell’uomo, dare la vita e toglierla, anche semplicemente renderla difficile. L’acqua, per il Polesine, è la sua musica e la sua arma.

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Ispirazione Polesana

Scorrendo le immagini dei film girati in Polesine viene da pensare che il cinema italiano non abbia ancora sfruttato appieno il potenziale di questa terra anche se da essa, quando ha tratto ispirazione, è sempre stato ben ricambiato. Sulle tracce di Lattuada e di Bolchi si sente il passo epico del testo bacchelliano che trascorre quasi in un verso scandito tra realismo e simbolismo lirico. Nel cinema “deltizio” di Renzo Renzi si colgono le trame che intrecciano il rigore geometrico di Antonioni alle brume fantastiche di Pupi Avati, mentre tra i “giovani registi” emergono quelle storie altrettanto misteriose che in qualche modo rendono contigui, quasi familiari, soggetti e personaggi all’apparenza assai diversi e lontani.

In questo paesaggio, pieno di misteri e di enigmi, il reale e il fantastico si incontrano nell’immagine di un essere umano che è insieme natura e cultura, sensazione e memoria, certezza e problema. Cesare Pavese, all’inizio de “La luna e i falò” scrisse: “Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”.

Il Delta Padano

Il baricentro del cinema italiano fino agli anni ’40 gravitava sempre più su Roma (Mussolini aveva inaugurato nel 1937 la nuova città del cinema in via Tuscolana) ed erano gli anni dei produttori indipendenti, delle grandi dive e anche di grandi autori. Sul Po e sul suo Delta si svolse la maggior parte della produzione documentaristica negli anni ’40.

È nei primi anni Quaranta, con “Gente del Po” di Antonioni e “Ossessione” di Visconti che il Po emerge dall’oscurità, nella sala buia dei cinematografi. Fu l’avvio per un cinema del Polesine, inteso ovviamente come area geografica immediatamente riconoscibile e portatrice di storie, paragonabile ai paesaggi dei film western e, seppure in maniera molto più discreta, alla Monument Valley dei film di John Ford. Un luogo dove ci si poteva recare per raccontare delle storie ben ambientabili per il grande schermo. È soprattutto ne “Il grido” che Antonioni mise la macchina da presa in una posizione più alta rispetto ai personaggi della vicenda, l’operaio e la figlia, anche quando i due stavano in cima a un autocarro, proprio allo scopo di far vedere non tanto il cielo quanto la terra, la pianura che si perde per lunge strade, argini, filari.

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L’allievo ed il maestro

In “Ossessione”, a sua volta Luchino Visconti cita il suo maestro Jean Renoir. Nel finale di “La bête humaine” (1938),  Renoir inquadra una scarpata dal basso. Vi giace un morto. Dall’alto, dove scorre la ferrovia, una piccola folla di ferrovieri e di poliziotti scende verso quel corpo per fare accertamenti, per recuperarlo.

Dal maestro l’allievo ha appreso come rappresentare, innanzi tutto, l’ambiente. Un ambiente dal carattere ben definito. Il Po degli argini, delle trattorie sotto l’argine, dei campi di bocce, delle biciclette, dei distributori di benzina, dei traghetti. Poi, Visconti ha imparato a collocare, in questo ambiente, un triangolo carico di passioni in chiave proletaria. La femme fatale mortuaria che trascina l’amante all’uccisione del marito, fino alla catarsi conclusiva, la morte degli assassini cercata e incidentale, mentre un poliziotto incombe sui protagonisti del delitto come una protezione della cattiva coscienza e come un destino. Una sorta di delitto e castigo in Polesine per una storia degli equivoci e delle ambiguità.

Paisà

Poi venne il sesto episodio di “Paisà”, dedicato alla guerra partigiana in valle: una delle pagine capolavoro di Roberto Rossellini, affiancato dal giovane Federico Fellini. Girato in gran parte nella sacca di Scardovari, nello sterminato paesaggio di valle del Delta padano, qui visto come un luogo orizzontale di acque, di canneti e di cielo. Un paesaggio semplice ed assoluto, “Paisà” propose alcune voci di uomini, chiamate a rompere un implacabile silenzio.

In sostanza, lottavano tra loro due rumori. Lo sciacquio dei barchini manovrati dai partigiani e dai soldati alleati in contrapposizione allo stantuffo delle barche a motore manovrate dal nemico tedesco. In quei due differenti rumori ci stava tutto il nocciolo tecnico della guerra partigiana in valle. Il mezzo leggero e scivolante dei barchini, manovrato dalla gente del luogo, era quello che permetteva di compiere incursioni e colpi di mano fuori dalle valli, quindi di sparire nelle valli stesse, impraticabili dai tedeschi se non con mezzi pesanti e, appunto, le barche a motore, nei bracci di fiume. L’episodio rosselliniano racconta la momentanea vittoria delle barche a motore, anche se racconta pure un particolare uso dell’ambiente in un preciso momento storico.

Da Mastroianni ad Avati

La pianura polesana non ha confini. Soprattutto se uno vi si trova in mezzo, perché non si vedono le montagne, tranne in rarissime giornate estremamente limpide. È un mondo in espansione, esattamente come un fotogramma di pellicola, non ci sono punti di riferimento se non i filari dei pioppi, le cime dei campanili. Se la pianura polesana non ha confini, quando s’incontra l’acqua la fantasia ha come un sussulto. La gente sente il bisogno di favoleggiare.

Il primo a farlo fu Aglauco Casadio con “Un ettaro di cielo”. Un film interpretato da un giovane Marcello Mastroianni messo sullo sfondo di inganni della vista e di inganni pratici. Quando la miserevole condizione di genti pure chiamate a vivere in un paesaggio a volte sterminato, quello del Delta padano, inventa la propria esistenza in seducenti livelli, inferiori solo per via economica. Più tardi, ancora una volta e in luoghi simili, è Pupi Avati con “Aiutami a sognare” a suggerire un inventario delle favole, delle leggende, dei curiosi sogni che si potrebbero reperire intorno al Po.

L’anima anfibia del Delta del Po fu definito nel miglior modo possibile in “Ossessione” di Luchino Visconti. Un paesaggio che non è né terra stabile, né terra profonda, ma terre instabili e acque fangose e paludose. In questo ambiente, da sempre indefinito, mobile, dove tutto può succedere, dove tutto, forse, è già accaduto, c’è la spiegazione dell’esistenza di una vena di follia che si attribuisce agli abitanti.

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Polesine : museo all’aperto

Il Polesine è un museo all’aperto: i fiumi, le dune sabbiose, la flora e la fauna, le maree, le alluvioni. Una fauna bellissima con aironi, gabbiani, fagiani, garze e garzette. Una vegetazione straordinaria di canneti, di pioppeti, di erbe palustri intervallati con larghi terreni coltivati fin sotto gli argini, visti dall’alto formano come degli immensi quadri astratti. È un museo il cui fascino ha alimentato ed alimenta negli sceneggiatori e nei registi i più svariati aspetti della creatività. Fascino che non si è certo esaurito. Sono cambiate le modalità e, se è passato il tempo del neorealismo e dei realismi del dopoguerra, resta intatto un certo spirito visionario nei “cineasti” che subiscono, in particolar modo, l’ispirazione e la presenza del Po.

Numerosi ed importanti sono gli autori di cinema che hanno avuto un rapporto significativo con la provincia di Rovigo e con il suo Po. Basti ricordare, oltre ai già citati Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Roberto Rossellini e Pupi Avati: Alberto Lattuada, Mario Soldati, Luigi Comencini, Florestano Vancini, Antonio Pietrangeli, Tinto Brass, Giuliano Montaldo, Ermanno Olmi, Carlo Rambaldi, Carlo Mazzacurati. Si tratta di grandi maestri, così come importantissimi attori hanno lavorato in terra polesana. Da Sophia Loren ad Alberto Sordi, da Raf Vallone a Rock Hudson, da Vittorio De Sica ad Alida Valli, da Sandra Milo a Claudia Cardinale, ecc.

Lo stupore di Montale

I giorni di pioggia sono legati, purtroppo, anche alle immagini drammatiche dell’alluvione, l’Italia balzò in piedi per aiutare la gente del Polesine. Dei 350.000 abitanti, causa la rotta del fiume, andarono via 100.000 persone, sfollando per sempre. Vari operatori girarono documenti visivi dell’alluvione, ricordando i fatti di quei giorni.  Anche Montale, nel girovagare tra i canali sepolti dalle canne, stupito dal mistero di quei luoghi, fece riferimento all’ineluttabilità del destino. Ma quando Montale e Cibotto ormeggiarono a Pila, dove la meta era il mercato del pesce, Montale fu affascinato dalla visione del grande faro per i naviganti. Dove il Po si tuffa nel mare. Ai due fu consentito di salire e una volta raggiunta la sommità della sorgente luminosa, il poeta fu colpito da un’evidente emozione di fronte allo scenario del panorama circostante.

Si racconta che ad un tratto Montale incominciò a intonare strofe di romanze che gli passavano per la mente. Di un repertorio quasi infinito, con Cibotto, estasiato spettatore in silenzio, ad ascoltare quel concerto di una voce accompagnata dal vento del delta, che finiva nel mare. I due rimasero quasi un’ora sulla cima del faro e, discendendo poi quella serie di scalini tortuosi. Montale riferì che in gioventù aspirava a diventare un cantante lirico, un baritono.

Poi, alquanto corrucciato, confidò allo scrittore rodigino che il suo maestro di canto era morto improvvisamente e quell’evento determinò l’abbandono di quel sogno per intraprendere un’altra strada, la poesia. Intanto, sulla strada del ritorno, i due, ormai amici, venivamo avvolti dalla nebbia. Montale chiese all’accompagnatore cosa rappresentasse per lui la nebbia e Cibotto rispose che la nebbia è il tabarro che indossavano i contadini del posto in inverno. La nebbia copre e protegge, annulla tutto.

La rappresentazione dell’infinito

Il Delta del Po è la rappresentazione dell’infinito. È raro trovare, nel mondo, un altro luogo che all’uomo dia il senso dell’infinito come i luoghi dove le acque del Po sfociano nell’Adriatico. Qualcuno ha detto che accade questo fenomeno perché qua, se si viene a contemplare con calma, si scopre che il mare inventa la terra e la terra il mare. Può accadere di trovarsi su un argine e vedere il tramonto senza il sole, e il colore della terra essere uguale a quello del mare. Qualcuno, dopo essere rimasto per mezzora a contemplare quello scenario, alla fine disse: “Ecco, l’infinito. Il Delta padano è un gioco di fantasia, di sogno, di oblio”.

Cosa rimarrà del gioco che ha rapito nel tempo Montale, Rossellini, Antonioni, Visconti, ecc.? Chi può dirlo? Quando si entra nel Delta, a tutt’oggi, il fascino persiste, così, però, come persiste l’idea di trovarsi in un luogo completamente isolato. È un peccato, ad esempio, che Roberto Rossellini non abbia potuto fare il film che sognava di fare. Lui a questa terra era molto legato, perché aveva dei parenti da queste parti.

Qualcuno ha detto che per capire il Delta, occorre essere dotati di un’anima: “Se non hai un’anima cosa vieni a farci qui?”. Qualcun altro ha detto che il giorno in cui si muore, si vola verso posti di questo genere, dove il tempo non esiste più e non è mai esistito. Qui ci si regola con la luce del sole e la nebbia. A volte c’è solo la nebbia e non si vede nessuno, altre volte può capitare di vedere soltanto volare gli aironi.

In questi luoghi ci sono momenti, come ha detto De Pisis, in cui “anche il tempo si ferma ad attendere non si sa cosa”.

Foto: Pagina Facebook Ferdinando De Laurentis, Ansa, Mymovies,

Alessandro Effe

Autore: Alessandro Effe

Appassionato di nuove tecnologie cerco di aiutare le aziende a nascere e trovare la loro strada.
Amante della scrittura narrativa e lettore vorace. Un amore smisurato per la boxe ed il running.

Cinema. Storie, protagonisti, paesaggi – Il Polesine e il Delta del Po ultima modifica: 2018-03-28T11:43:33+00:00 da Alessandro Effe

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