Cultura

I reati, la loro amministrazione e le pene nella Rovigo del 500

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Ci sono reati che sembrano essere divenuti perseguibili dalla legge solo recentemente. Nulla di più sbagliato. Nel Cinquecento Rovigo aveva a che fare con tantissima delinquenza.
Bisognava render conto a Venezia di ciò che accadeva. L’autorità veniva esercitata con misure drastiche e spesso venivano inflitte pene pecuniarie anche per reati minori onde scoraggiare inutili controversie. Queste infatti aumentavano il clima di disagio che andava delineandosi.

Nei crimini più efferati si era ancora più rigidi. Era la Serenissima che richiedeva tale rigore sia nei processi che nelle sentenze. Vi voglio fare alcuni esempi reali di piccoli reati che ancora oggi purtroppo sono presenti nella nostra società, non solo nella nostra città. Il primo è il pettegolezzo continuo ai danni di persone, ledendo l’opinione che la gente può avere di queste. Ciò può comportare danni emotivi, psicologici, lavorativi, affettivi. Bisogna imparare che le parole hanno un peso e andrebbero misurate. Un insegnamento che ad oggi stenta ancora a prendere il volo.

La diffamazione

Probabilmente il dolore ha offuscato la mente di Marietta e questo è comprensibile. Ciò non toglie che avesse esagerato. Si era convinta che la figlia fosse stata uccisa da Vittoria Ballarin tramite fattura. Vittoria Ballarin nel 1521 decise di sporgere querela proprio contro Marietta perché infamata ripetutamente insieme alla madre Margarita. Pure durante il funerale, le donne accusarono Vittoria con chiunque si avvicinasse a porgere le proprie condoglianze. Un danno d’immagine notevole per la povera Vittoria. A Rovigo Vittoria era già ritenuta da molti una strega. Questa nuova storia non aiutava affatto la sua reputazione. Spesso era stata accusata dalla gente di aver causato più di qualche decesso. Per fortuna il podestà non dette credito a queste voci. Così convocò Marietta e Margarita per rispondere al reato di infamia su Vittoria Ballarin.

Le donne confermarono i loro sospetti, raccontando che era entrata di nascosto a casa loro. Si era avvicinata alla figlia sussurrandole il maleficio. Dopo poco questa aveva perso la vita. Il podestà ritenne infondate queste accuse e le due donne dovettero versare due lire al Convento dei Padri Cappuccini e al pagamento di tutte le spese processuali.
Si predica proprio da sempre che la violenza non va usata per farsi giustizia. Ci si deve rivolgere a organi competenti. E invece niente, nemmeno nel Cinquecento.

Le percosse

i reati e la loro amministrazione

È il caso di Maria Mantovanelli. Nel 1653 querelò Francesco Pagatto. L’uomo un giorno si recò da Maria per picchiarla e bastonarla. Il motivo era ancora una volta una fattura, che la donna avrebbe sentenziato ai suoi danni. Tale maleficio era fonte di impedimento al lavoro, perché gli causava grandi tremori. Pagatto non era più in grado di usare le braccia per nessun mestiere. Svariate le testimonianze a favore dell’uomo. Il podestà però lo invitó ad andare in tribunale per difendersi dalle accuse di Maria. Pagatto ammise per iscritto di averla picchiata. La ragione precisa era davvero banale. La donna occupava il suo banco in chiesa durante la messa, impedendone l’uso a lui e alla moglie. Così la malmenò una prima volta e Maria lo minacciò di morte.

Da qui il Pagatto iniziò a sentirsi male e, intuendo fosse colpa della donna, tornò a darle il resto delle botte, nella speranza lei gli togliesse la fattura. Sapevano tutti che Maria era una strega. Era stata condannata dalla giustizia più volte. Altre testimonianze confermavano la brutta reputazione di Maria, ritenuta prostituta e strega.
Pagatto dovette ricorrere in appello perché condannato a pagare dieci Ducati e le spese processuali. Dopo il riesame, nel 1654 non si annullò la pena, ma si ridusse il pagamento a cinque Ducati più le spese processuali.
Pena simbolica, dovuta al fatto che comunque c’era stata una violenza fisica che andava punita.

La blasfemia

Molto attuale anche l’essere blasfemo! In Veneto le bestemmie posso avere svariate valenze. Vengo usate come aggettivi, per manifestare stupore, malessere, ironia, rabbia…mica solo come banale congiunzione!
Diciamo che quando qualcuno non riesce ad esprimere bene un concetto, ecco che l’uso della bestemmia diventa fondamentale! Basta la giusta intonazione e chi la scaglia con violenza è convinto che l’interlocutore abbia intuito un discorso di grande spessore. Fortuna che i bestemmiatori di oggi, davvero troppi a mio avviso, non vivevano a Rovigo nel Cinquecento! Avrebbero rischiato davvero grosso!

A Venezia gli Esecutori contro la Bestemmia si occupavano di questo reato. I bestemmiatori venivano immersi ripetutamente in acqua o gli veniva tagliata la lingua e messi al bando. La pena della mutilazione qualche volta veniva convertita in pena pecuniaria. Alcuni fuggivano a gambe levate e in questo caso la pena economica veniva raddoppiata. Volete un esempio certificato per essere sicuri non stia mentendo? Angelo Padovani. Era di Padova. In piazza a Rovigo bestemmiò contro Dio, la Vergine Maria, San Francesco. Insomma, ci andò giù decisamente peso. Condannato al taglio della lingua dunque, bandito da Rovigo e dintorni per un raggio di 15 miglia. Scappò.

 

Foto Bgreport e MasterLex

Sibilla Zambon

Autore: Sibilla Zambon

Rodigina, ingegnere informatico, appassionata di viaggi e tecnologia, mamma sprint e cuoca per diletto!

I reati, la loro amministrazione e le pene nella Rovigo del 500 ultima modifica: 2018-02-13T12:32:20+00:00 da Sibilla Zambon

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