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Il Giapponismo in Italia, influenze dall’oriente

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La mostra il “Giapponismo” sta macinando numeri da record. Terminerà in gennaio ma senza dubbio è stata, finora, un successo di pubblico e critica. Palazzo Roverella ha, ancora una volta, scelto per il meglio. Come non ricordare, infatti, l’exploit del ponte di Ognissanti? Ben 4700 presenze (fra Palazzo Roverella e Palazzo Roncale) arrivate dalle città limitrofe (soprattutto Emilia Romagna) per poter ammirare i capolavori in mostra? La mostra, ricordiamo, è partita il 28 settembre e vede coinvolti il Comune di Rovigo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, insieme all’Accademia dei Concordi. Noi, in questo articolo, intendiamo andare un po’ più a fondo ed analizzare l’influenza del movimento d’oriente negli artisti italiani.

La contaminazione orientale

Ormai diffuso in tutta Europa, il Giapponismo contamina, per osmosi, ogni ambio di espressione artistica del Vecchio Continente. Non solo a livello pittorico. Ne troviamo traccia sia nell’illustrazione sia nei manifesti. In quest’ultimo caso, il punto più alto è raggiunto da Toulouse-Lautrec. Oltre ai due esempio riportati sopra vi è anche da menzionare l’architettura e l’arredamento di interni, laddove viene inteso come una delle possibili declinazioni dell’eclettismo di fine Ottocento. Non pago, diventa anche oggetto di studio di architetti Europei e statunitensi come Frank Lloyd Wright e Charles Rennie Mackintosh.

E se il percorso della mostra termina idealmente nel 1915, è facile constatare come l’influenza che il Giappone esercita sulla cultura occidentale non si sia mai sopita. Ancora oggi, due secoli dopo l’apertura di quel magnifico scrigno, il Giappone continua a regalare alla cultura occidentale moltissime perle preziose. In Italia, ad esempio, si sviluppano processi creativi improntati su forme più sintetiche, prospettive elevate e colori sempre più accesi.

Il Giapponismo in Italia

Il Giapponismo inizia debuttando sul palcoscenico italiano grazie al coinvolgimento di artisti italiani residenti a Parigi. Giuseppe De Nittis, Francesco Paolo Michetti e quelli più aggiornati sulle nuove tendenze come Vittore Grubicy de Dragon a cui si vanno ad aggiungere le importanti pubblicazioni di Vittorio Pica. Il dilagare della “moda giapponesca“, come viene ribattezzata in Italia, è però dovuto, ancora una volta, a due grandi esposizioni, quella Internazionale di Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902 e quella Internazionale di Roma del 1911. E’ lì che il Giapponismo incrocia il suo percorso con quello nascente del Modernismo. In occasione dell’Esposizione torinese vengono infatti esposte ceramiche, bronzi, paraventi e stampe giapponesi che attirano l’attenzione e stimolano il genio di molti artisti italiani.

Plinio Nomellini, Mario Cavaglieri e soprattutto Galileo Chini che riesce a miscelare abilmente forme e modelli orientali con uno stile assolutamente personale. Dalle consuete modelle in kimono attorniate da vasi orientali (Antonio Mancini, Filadelfo Simi e altri) si passa presto ad una revisione dell’interno processo creativo improntato sulle forme più sintetiche, sulle prospettive elevate e sull’uso dei colori sempre più accesi. Insomma, un dono splendido ed inatteso quello che l’Europa si vede consegnare alla metà dell’Ottocento. Una confezione regalo lunga circa quattrocentomila chilometri quadrati con al suo interno un intero paese con la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura più che millenaria. Il Giappone.

Fonte: Palazzo Roverella. Foto di copertina: “090” by bluefootedbooby is licensed under CC BY-SA 2.0 

Il Giapponismo in Italia, influenze dall’oriente ultima modifica: 2019-11-27T16:44:39+01:00 da Alessandro Effe
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