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Il ghetto di Rovigo, tra guardiani e segregazione

Una foto della sinagoga del Ghetto di Rovigo

In Polesine, la presenza di comunità ebraiche, è testimoniata da numerosi documenti notarili dai quali è possibile ricostruire la situazione, l’evoluzione e i legami tra i vari nuclei presenti a Rovigo, Lendinara e Badia. Non si può parlare di vere e proprie comunità ebraiche, almeno fino al XVI secolo, in quanto i nuclei presenti sono in prevalenza di tipo familiare. Nei centri urbani più importanti, la presenza delle famiglie ebree è legata all’esercizio prestatorio con i banchi di pegno e al commercio tessile.

Il ghetto Ebraico a Rovigo

“Tra queste mura vollero i maggiorenti rodigini che fossero costretti ad abitare gli ebrei, affinchè dalla loro compagnia non fosse danneggiata la religione dei cristiani. Anno 1627″. Così recitava, in una ortografia latina piuttosto incerta, la grande lapide sovrastante il portale del ghetto. Qui dentro, era stato furbescamente deliberato (in adeguamento alle disposizioni veneziane) che fossero “separate le habitationi degli Ebrei da quelle dei Cristiani. Eccettuati i Banchieri e le loro famiglie”. Così, un’ampia zona della città, quella addossata a Porta San Bortolo e limitata dal Terraglio, aveva cominciato ad ospitare le famiglie ebraiche, sia pure con le debite eccezioni.

Una vista del Ghetto di Rovigo

Nel ghetto entrano diciassette famiglie, che però continuano a gestire fuori dalla clausura le loro botteghe.  Site in gran parte in una strada parallela, sotto quello che verrà poi denominato, appunto : “portico degli ebrei“. La clausura tollerava, in ogni caso, delle eccezioni così come era prevista una ulteriore tolleranza per le varie infrazioni che potevano avere luogo. Gli ebrei avevano, infatti, la proibizione di servirsi, all’interno del ghetto, di personale cristiano. Non potevano uscire dal ghetto “da due ore di notte indietro”, dovevano sostenere le spese per la loro clausura. Inoltre, nel ghetto, non potevano essere introdotte “altre persone Ebree se non a supplimento d’alcuna famiglia, che partisse di quelle, che di presente v’erano”.

I due guardiani del Ghetto di Rovigo

Le restrizioni ebbero l’effetto di cementare ancor di più i vincoli tra le famiglie di origine israelitica presenti in città. Diedero così vita ad una vera e propria comunità. All’interno del ghetto, infatti, la vita non era certo facile, richiedendo, da parte degli abitanti, una reciproca tolleranza. Qualche anno più tardi, nel 1629, la sinagoga viene abbattuta. Essa era posta all’ultimo piano, perchè prospicente e visibile dalla chiesa di Sant’Antonio. A tutela e custodia del ghetto erano posti due guardiani, uno ebreo e l’altro cristiano. Il loro compito era quello di sorvegliare gli ingressi e far rispettare l’orario di chiusura. Il ghetto era retto da presidenti eletti ogni tre anni.

L'immagine della lapide posta dai Francesi davanti al vecchio ingresso del ghetto di Rovigo

Erano comunque stati risparmiati i gestori dei due banchi dei pegni che, nonostante l’istituzione del Monte di Pietà e diverse restrizioni stabilite negli anni riuscirono sempre a prosperare. La loro funzionalità all’economia cittadina è un esempio lampante, nel 1701 prestarono 1200 ducati alla città. “La costante proibizioni di molti mestieri – ha scritto Fabrizio Luzzato – e la stasi del commercio dovevano infatti ridurre la situazione economica degli Ebrei di Rovigo nel XVIII secolo ad un livello misero”. Si aggiunga a questo che, per sfuggire alla miseria ed alla segregazione, si registrarono, nel corso del Settecento, molte fughe dal ghetto. Al loro arrivo a Rovigo, nel 1797, i Francesi apriranno, in segno di libertà, le porte del ghetto, scalpellando l’infamante lapide posta sopra il portale di ingresso.

Fonte: Sergio Garbato. Foto: Youtube, Comune Rovigo.

Alessandro Effe

Autore: Alessandro Effe

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Il ghetto di Rovigo, tra guardiani e segregazione ultima modifica: 2019-04-26T09:56:20+02:00 da Alessandro Effe

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