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Il Polesine ed il vino, una storia lunga secoli – Parte 1

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Il Polesine, terra fra le acque. Vocazione agricola per eccellenza e terreni strappati, nei secoli, con bonifiche ed opere di archeologia industriale. Tantissimi i prodotti agricoli che quotidianamente sono sulle nostre tavole e che sono così rinomati da aver ricevuto riconoscimenti Dop ed Igp. Pensiamo all’insalata di Lusia, al Riso del Delta del Po, all’aglio. Polesine quindi che ha un ruolo di rilievo nell’enogastronomia provinciale, regionale e nazionale. Meno nota però per la produzione di vino. Ma davvero non si produceva vino o non se ne può produrre? Andiamo un po’ a ritroso nel tempo e cerchiamo di riannodare i fili della storia fra il Polesine ed il vino.

I secoli passati

Nei secoli passati la grande abbondanza di acqua rende redditizie altre coltivazioni rispetto alla vite, così, progressivamente, oltre alla sua coltura si va perdendo anche la cultura legata alla vinificazione. Viene quindi da chiedersi come mai alcune terre abbiano una vocazione vitivinicola ed alcune altre no. Certo, spesso sono le condizioni pedo-climatiche a determinare la qualità e il successo di un vino, ma non sempre è così. In definitiva, su terre impervie si arroccano gli antichi vigneti del monte Calvario, mentre quelli del Bosco Eliceo vivono su suoli sabbiosi. E che dire di quelli a strapiombo sul mare della Costa d’Amalfi? E dei “vigneti di mare” dell’Isola d’Ischia? O ancora di quelli delle pendici del Monte Etna? O di Salina e Pantelleria? 

No la terra a volte centra poco, entrano più in ballo ragioni culturali. Ed è proprio in questo modo che ci si può spiegare come il Polesine non sia una terra rinomata per i vini. Poi, che non lo sia non è neanche tutta la verità. C’è stato un tempo in cui il vino Polesano era tenuto in molta considerazione. Secondo lo storico inglese Hugh Johnson, autore della “Storia del vino”, nel passare in rassegna i “Grands Crus” della Roma antica, colloca ai primi posti il “Vinum Hadrianum”. La cui produzione si situava nei pressi di Adria. Un primato vitivinicolo che probabilmente è rimasto invalso anche durante l’Alto Medioevo, tanto che al tempo la vite risultava una coltura specializzata, presente in un appezzamento a sé stante circondato da fossati e siepi, clausure.

Il Polesine ed il vino

I vigneti erano sostenuti dal “palo secco”, e quindi è da immaginare che la di fusione della coltura promiscua, con alberi da frutto o con alberi ombreggianti vivi, si sia diffusa più tardi, evolvendo poi verso il sistema della “piantata” padana che diventerà caratteristico  fino al tempo recente. Ma la coltura della vite aveva anche un secondo scopo, come risulta dagli atti dei Certosini di Corcrevà, risalente al 1489, essa infatti radicava il colono alla terra. Non c’è da stupirsene, siamo negli anni delle prime boni che: grandi distese di terra venivano liberate dall’acqua e questa dovevano essere lavorate. Pertanto i grandi proprietari, laici o ecclesiastici, obbligavano, alla coltivazione della vite e a mantenerne intatto il numero fornendo essi stessi le piante.

Le cose dunque in Polesine, per quanto riguarda la vite, devono essere mutate in seguito all’inserimento di nuove colture come ad esempio il mais, la cui diffusione nel resto d’Italia inizia proprio da qui nel 1554. La grande presenza di acqua, infatti, deve aver stimolato nei tempi in cui le produzioni non erano più strettamente legate alla sussistenza, speculazioni verso quei prodotti che sfruttavano in modo più profondo le caratteristiche geomorfologiche del territorio. Il riso e la canapa, per esempio, venivano imposte dalla Repubblica di Venezia: il primo come coltura di bonifica nelle terre appena prosciugate e la seconda come pregiata materia prima per l’indotto dell’Arsenale.

Fonte: Con i piedi per terra. Foto: Con i piedi per terra, Creas.

Il Polesine ed il vino, una storia lunga secoli – Parte 1 ultima modifica: 2019-09-23T09:39:43+02:00 da Alessandro Effe
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